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Riflessioni su Arborvitae di Consuelo Fabriani

Saverio Mecca
Professore Emerito, Dipartimento di Architettura
Università degli Studi di Firenze

7 maggio 2026

Testo scritto in occasione della presentazione alla libreria ELI Bookshop, del volume Arborvitae. Il giardino che ancora non c’è, dedicato a chi non c’è più,

“Arborvitae non propone semplicemente un’alternativa tipologica al cimitero tradizionale.

Propone un mutamento di sguardo.”

Ringrazio Consuelo Fabriani per avermi invitato oggi alla presentazione del suo libro, o meglio, del suo progetto.

Accolgo questo invito come una sollecitazione, quasi una provocazione, ad affrontare uno dei punti più rimossi della nostra civiltà: il rapporto tra la morte, la città e la natura.

Consuelo coglie con grande finezza un tratto decisivo del nostro tempo quando richiama il “tabù della morte”: la nostra società parla di tutto, misura  tutto, espone tutto, ma tende a rimuovere proprio ciò che più radicalmente ci accomuna, cioè il limite, la fine, la trasformazione. Non è  soltanto un fatto culturale. È una rimozione che incide sul modo in cui viviamo, costruiamo le città, organizziamo i luoghi, pensiamo noi stessi.​ Perché una società che vuole ignorare la morte finisce inevitabilmente per pensare la vita come qualcosa di isolato, come una proprietà individuale da prolungare, difendere, consumare. E invece la vita non è mai soltanto individuale. La vita è relazione, passaggio, continuità, metamorfosi. Noi non apparteniamo solo a noi stessi. Apparteniamo a una famiglia, a una comunità, a una storia.

Ma ancora più profondamente, apparteniamo a un sistema vivente più grande che ci precede e ci supera.

È qui, mi pare, che l’intuizione di Consuelo diventi davvero forte. Arborvitae non propone semplicemente un’alternativa tipologica al cimitero tradizionale. Propone un mutamento di sguardo. Ci invita a pensare il luogo della morte non come spazio della separazione assoluta, ma come luogo di ricongiunzione: tra memoria e natura, tra lutto e paesaggio, tra l’esperienza intima della perdita e i cicli vitali più vasti del mondo vivente.

Già nelle prime pagine Consuelo parla di un “atto di riconnessione con il mondo naturale e di cura verso l’ambiente”.

Ed è esattamente questo il punto.​ La modernità urbana, soprattutto a partire dalla grande svolta napoleonica, ha separato il cimitero dalla città vissuta, ha allontanato i morti dalla quotidianità, ha trasformato il luogo della sepoltura in uno spazio ordinato, igienico, funzionale, specialistico.

Consuelo Fabriani ricostruisce bene questa genealogia: con l’editto di Saint Cloud prende forma il cimitero moderno come luogo separato dalla città e dalla vita quotidiana, segnando un distacco radicale tra l’uomo e la natura.

È stata una scelta  storicamente comprensibile, ma dentro quella separazione si è anche affermata una visione riduttiva: la morte come problema da gestire, da contenere, da amministrare; il cimitero come servizio urbano tecnologico.

Forse oggi però, questo paradigma mostra tutta la sua insufficienza. Non soltanto perché le forme tradizionali del cimitero risultano spesso estranee alla sensibilità contemporanea, ma perché non riescono più a esprimere ciò di cui  avremmo  bisogno: un luogo che non sia solo deposito della memoria, ma esperienza della continuità della vita oltre l’individuo.

A questa insufficienza si aggiunge oggi una condizione ancora più stringente, che riguarda la pressione concreta esercitata sui sistemi cimiteriali. In molte città, la disponibilità di spazio è ormai limitata, mentre la diffusione crescente della cremazione pone interrogativi non più eludibili. In questo quadro, il tema dei luoghi del commiato non può più essere affrontato come una questione settoriale o puramente amministrativa, ma riguarda direttamente il modo in cui la città contemporanea affronta le proprie criticità ambientali, dall’impermeabilizzazione del suolo alla qualità dell’aria, fino alle isole di calore urbano, delineando così una possibile infrastruttura ecologica capace di generare benefici diffusi nel tempo.

 

Fabriani insiste molto, e giustamente, sul luogo della memoria. Lo descrive come "lo spazio fisico necessario a chi resta", il luogo dove il legame con i defunti può continuare a trovare forma, presenza, possibilità di ritorno. A me pare che questo luogo, nell’orizzonte aperto da Arborvitae, possa essere pensato anche in modo ancora più profondo: non solo come luogo  in cui  ricordiamo chi non c’è più, ma come luogo in cui impariamo di nuovo che cosa siamo noi. Non entità separate. Non  individui autosufficienti. Ma parti di un metabolismo vivente più ampio, in cui nulla veramente si isola e tutto si trasforma.

Ed è proprio qui che questa riflessione incontra il tema della città. Per troppo tempo abbiamo pensato la città come una macchina: una macchina per produrre, consumare, spostare, accumulare. Ma la città è in realtà un organismo complesso, un ecosistema urbano attraversato da flussi continui di energia, acqua, materia, persone, relazioni, memorie. La città vive di scambi, di cicli, di trasformazioni. Ha un proprio metabolismo. E questo metabolismo non riguarda solo le reti tecniche o i consumi materiali: riguarda anche i modi in cui una comunità elabora il dolore della perdita, custodisce la memoria, riconnette le generazioni, dà forma simbolica ai passaggi fondamentali dell’esistenza.

Colpisce allora come proprio questi luoghi, così centrali sul piano simbolico e civile, restino spesso ai margini del progetto urbano contemporaneo. Raramente sono oggetto di concorsi di progettazione o di una riflessione integrata all’interno dei piani della città. Continuano invece a essere gestiti prevalentemente come servizi tecnici affidati alle amministrazioni locali, secondo modelli consolidati che risalgono, in larga parte, all’impostazione moderna di matrice napoleonica.

Questa distanza tra rilevanza simbolica e marginalità progettuale rappresenta uno dei nodi più evidenti su cui la riflessione proposta da Arborvitae invita ad aprire un confronto.

I luoghi dedicati alla morte non dovrebbero dunque essere pensati come spazi remoti, esclusi, marginali, da raggiungere solo in occasioni eccezionali o in un tempo separato dal resto della vita. Dovrebbero invece tornare a essere parte di una geografia urbana viva, presenti nell’orizzonte quotidiano della città, non per banalizzare la morte, ma per restituirle cittadinanza simbolica e umana.

Un luogo nuovo dedicato alla morte, nella città che cambia, dovrebbe essere  un luogo di prossimità relazionale, perché deve permettere ai vivi di non essere  espulsi dal proprio dolore, ai familiari di non essere lasciati soli, alla comunità di non perdere il senso della continuità tra generazioni. Dovrebbe essere un luogo in cui la memoria individuale ritrova una forma di appartenenza collettiva. Un luogo in cui il dolore privato non viene esibito, ma neppure nascosto: viene accolto dentro una forma condivisa di umanità.

In questo senso, il luogo della morte non è periferico rispetto all’idea di città: ne è un banco di prova. Perché ci dice se una città sa ancora essere comunità, se sa ancora tenere vicini i viventi tra loro, e vicini i viventi ai loro morti. La prossimità, allora, non è solo una misura dello spazio. È una misura del legame. È il contrario dell’isolamento, della frammentazione, della delega integrale a un apparato tecnico. È la possibilità che la città continui a riconoscere, anche nel tempo della perdita, una trama di relazioni.

Per questo mi sembra così stimolante l’intuizione di Consuelo Fabriani di immaginare giardini della memoria, alberi integrati nella vita quotidiana della comunità, luoghi in cui il ricordo non sia confinato in una architettura di separazione ma entri in una forma più ampia di paesaggio condiviso. Qui la prossimità fisica e la prossimità relazionale si incontrano: perché uno spazio più vicino, più accessibile, più abitabile è anche uno spazio capace di generare una relazione diversa con il lutto, con la memoria e con la città stessa.

La morte individuale, allora, non scompare nel nulla, né viene semplicemente monumentalizzata. Viene ricollocata dentro i cicli sovraumani della vita: il suolo, l’acqua, gli alberi, le stagioni, la decomposizione, la rigenerazione, il tempo lungo della natura. In questa prospettiva, il luogo del commiato non è più il  margine sterile della città, ma uno dei luoghi in cui la città può ritrovare coscienza di appartenere alla biosfera e di essere essa stessa, se ben pensata, un ecosistema vivente.

È qui che la visione di Consuelo incontra in modo stimolante la prospettiva One Health. In Arborvitae si richiama l’idea che la salute umana, animale ed ecosistemica faccia parte di un unico legame, e che gli esseri umani siano in salute solo se vivono in armonia con sistemi naturali sani e vitali. Se prendiamo  sul serio questa idea, allora dobbiamo ammettere che anche i luoghi dei morti fanno parte della salute della città. Non in senso metaforico, ma in senso pienamente civile, ecologico e umano. Perché una città è sana non solo quando gestisce bene traffico, rifiuti o energia. È sana quando sa dare forma ai passaggi fondamentali dell’esistenza. Quando non espelle il dolore, ma gli offre uno spazio degno. Quando non nasconde la morte, ma la riconnette alla vita. Quando costruisce luoghi in cui la comunità familiare possa ritrovare sé stessa dentro una comunità più vasta: quella del vivente.

Consuelo scrive che Arborvitae è il “luogo dove il dolore trova conforto nella bellezza”. È una frase molto bella, ma anche molto esigente. Perché ci chiede di pensare la bellezza non come ornamento, bensì come condizione di verità.

La bellezza di un giardino, di un bosco urbano, di un albero che cresce, non cancella la perdita, ma la colloca in un orizzonte più ampio. Ci ricorda che la fine di una vita singola non interrompe la trama delle forme di vita, bensì vi rientra.

Per questo io credo che il messaggio più profondo di Consuelo sia anche un messaggio per la città contemporanea.

Le città nate dietro lo sviluppo industriale e manifatturiero sono state pensate come macchine produttive. Le città del futuro dovranno essere pensate come sistemi viventi. Più biofiliche, più naturali, più capaci di riconoscere i propri metabolismi  profondi: quelli dell’energia, dell’acqua, del  suolo, della  biodiversità, della salute, della cura. Ma anche quelli della memoria, del lutto, della continuità tra generazioni.

La  biofilia, che Consuelo richiama esplicitamente, non è allora solo amore per il verde: è bisogno di ricostruire una relazione vitale con il mondo naturale come condizione di equilibrio umano. Ed è, insieme, la possibilità di ripensare il metabolismo urbano non come semplice gestione di risorse, ma come arte del tenere insieme vita biologica, vita sociale e vita simbolica.

 

In questa prospettiva,  il cimitero smette di essere soltanto una infrastruttura tecnica della fine e può diventare una infrastruttura ecologica, relazionale e spirituale della continuità. Un luogo dove la morte individuale viene riconsegnata ai cicli della natura e, proprio per questo, restituita alla città come esperienza di verità, di  umiltà e di appartenenza. Un luogo di prossimità, nel senso più alto del termine: vicino ai corpi, vicino agli affetti, vicino alla comunità, vicino ai ritmi  profondi del vivente.

Ed è forse questo il contributo più importante che Consuelo Fabriani ci offre con Arborvitae: non solo un progetto, ma un pensiero. Il pensiero che per tornare a essere pienamente “umane”, le nostre città debbano imparare di nuovo a non separare ciò che la vita tiene unito: i vivi e i morti, la memoria e il paesaggio, la fragilità individuale e la resilienza della specie, delle comunità, la forza impersonale del vivente, la prossimità dello stare insieme e la vastità dei cicli naturali di cui siamo parte.

 

Roma, 7 maggio, 2026

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